The Future of Marsi

…the migration of Mankind from the land betwen the rivers , Mesopotamia,

towards the center of the future Europe ,going by way of the Danube and the Rheine and,

in Italy (land of calves (vuteije) and rivers )

going by way of the rivers Ofanto ,Trigno ,Sangro ,Pescara ,Reno …

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… Esistono ANCHE Documenti “scomodi”…

Il Percorso della Natura: Dipinti Francesi dalla Collezione Wheelock Whitney, 1785-1850

The Metropolitan Museum of Art, New York, 22 Gennaio – 21 Aprile 2013

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Joseph Bidauld, Il lago Fucino e i Monti d’Abruzzo, 10 x 19 pollici, ca. 1789 (NY: Met)

Nel 2003 il Metropolitan Museum di New York ha acquisito un significativo gruppo di dipinti realizzati in un periodo chiave della storia Europea, a partire dall’avvento della Rivoluzione Francese fino al regno di Luigi Filippo. Assemblata dall’esperto d’arte newyorchese Wheelock Whitney tra il 1972 e il 2000, questa collezione rivela una ricca tradizione di pittura all’aperto quasi un secolo precedente all’Impressionismo, amplificando in tal modo il ruolo del mondo naturale come fonte d’ispirazione per gli artisti all’apice dell’epoca moderna. Questa mostra di cinquanta dipinti è la prima ad essere interamente dedicata alla collezione Whitney e comprende esempi di numerosi pittori che si pensa non siano presenti in nessun altro museo Americano.

 

Jean –Joseph-Xavier Bidauld ( nato a Carpentras –Avignone nel 1750 e morto a Montorency nel 1846).
“Lago Fucino e Montagne Abruzzesi” è il titolo del dipinto dell’anno 1789.
E’ il medesimo pittore del quadro “La città di Avezzano e il Lago Fucino” che si trova a Parigi.
Il cavalletto è piantato sul piccolo colle sotto Paterno Vecchio .In lontananza ,alla riva opposta del Lago blu’ , c’è Trasacco (Transaquas ) e la Vallelongana .
Questo dipinto si trova a New-York.

Il Lago Fucino

da “Terradabruzzo.com”, di L. Bacchetta

C’era una volta un lago

Il Fucino, una storia a mesto fine…

C’era una volta, migliaia di anni fa, una montagna che, apertasi a causa di immani terremoti, diede vita ad un lago, un enorme serbatoio di acqua dolce poggiato a quasi settecento metri d’altitudine, proprio in mezzo alla penisola italiana; ma l’acqua che, si sa, trova sempre una via per raggiungere il mare, non ebbe il tempo di farsi strada da sola tra quelle montagne: il nuovo lago non aveva emissari.

Questa circostanza ne causava il periodico innalzamento delle acque, che inondavano i terreni circostanti, creando paludi ed acquitrini, e con essi malattie e malaria.
Vi sarete sicuramente accorti che stiamo parlando dell’ex lago del Fucino, oggi completamente prosciugato, tanto da soffrire addirittura di periodi di siccità (quello che un tempo era il terzo lago d’Italia per estensione!).

La storia del prosciugamento è lunga, ed il suo primo protagonista è nientemeno che il celeberrimo imperatore Caio Giulio Cesare, il cui progetto, stroncato anzitempo dalla famosa congiura delle Idi di Marzo, prevedeva, per sfamare una Roma sempre più grande e popolosa, la bonifica dell’Agro Pontino e del Fucino e la creazione di una via d’acqua che attraversasse l’Italia centrale per giungere fino al futuro porto di Ostia. Il progetto di prosciugare il Fucino, sicuramente il più difficile tra quelli elencati, fu ripreso dall’imperatore Claudio, che riuscì a far scavare, sotto la supervisione del suo ingegnere Narcisso, agli oltre ventimila schiavi ed ai quasi diecimila lavoratori, una galleria che, attraversando il monte Salviano, portasse le acque del lago a sfociare nel fiume Liri.

 

Quali che fossero le reali intenzioni degli imperatori romani, l’opera di Claudio (52 d.c.), in seguito perfezionata da Traiano prima e da Adriano poi, non prosciugò completamente il lago, ma gli sottrasse seimila ettari di terreno, tanto da trasformare vaste zone un tempo paludose in floride località di villeggiatura per i nobili romani; sorsero ville e città nelle piane rese asciutte e fertili dal nuovo emissario artificiale, e, almeno fino al VI° secolo d.C. quest’ultimo assicurò il deflusso delle acque in eccesso ed il benessere di tutta la zona. Poi si ostruì.
Di nuovo la mancanza di un emissario portò calamità e sciagure nella Marsica: nel 1647 il lago ricominciò ad esondare, allagando gli insediamenti che nel frattempo si erano stabilizzati presso le sue sponde, forse anche favorendo l’epidemia di peste del 1658; si ritrasse solo nel 1752, lasciandosi dietro paludi malsane ed infette, ritornando poi ad invadere i terreni circostanti nel 1793, raggiungendo una piena di circa sei metri nel 1816.

 

Le richieste di soccorso delle popolazioni rivierasche, e gli innumerevoli studi che proponevano disparate soluzioni al problema, portarono  Francesco II ad affidare lo studio degli accorgimenti necessari al Maggiore del Genio Afan De Rivera il quale, avvalendosi della collaborazione dell’ingegner  Giura come direttore dei lavori, riuscì, nel 1835 dopo nove anni, a riaprire parzialmente l’emissario, proponendo un Progetto della restaurazione dell’emissario di Claudio e dello scolo del Fucino.
Il Rivera suggeriva il prosciugamento parziale del lago utilizzando il vecchio acquedotto. Le spese di restauro sarebbero state sostenute dallo Stato; il progetto del Rivera venne approvato, ma riprese a farsi largo l’ipotesi di affidare l’opera ad un privato. Passarono anni, e le acque tornarono a farsi minacciose; fu in queste febbrili circostanze che un abile affarista francese, Tommaso Dagiout, riuscì, in fretta e furia, a farsi approvare da Ferdinando II una domanda di concessione. Tramite tale domanda, la società che si sarebbe formata, avrebbe ricostruito l’emissario di Claudio in cambio delle terre liberate dalle acque.
La società venne costituita nel 1853, e presentò un progetto lacunoso ed incompleto al Giura, da  sempre fautore del prosciugamento e dell’appalto a privati, che nel frattempo era diventato presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. A tale proposito Salvatore De Filippis, nella sua Storia del prosciugamento del Lago Fucino scrive: “…Il Giura… riferì per l’approvazione, dopo aver dato una scrollatina di spalle…”

 

Alessandro Torlonia, un nobile e banchiere romano, aveva già fiutato l’affare: la società, costituita alla svelta, con capitali esteri e con un progetto lacunoso, non poteva avere la forza finanziaria e, considerato il clima di instabilità politica di quegli anni, la volontà di portare a termine un lavoro lungo ed impegnativo; così, dopo aver sottoscritto metà  del capitale sociale della neonata compagnia, riuscì ad impadronirsi di tutte le sue azioni divenendone unico proprietario.
Fu solo allora che assoldò Franz Mayor de Montricher che, grazie alla sua amicizia con il (solito) Giura, riuscì a studiare la costruzione di un nuovo emissario, stavolta per prosciugare definitivamente il lago. Franz Mayor de Montricher non vide mai la fine della sua opera, a causa di una infezione contratta con ogni probabilità durante i sopralluoghi. I lavori, iniziati nel 1855 proseguirono, sotto la direzione di Enrico Samuele Bermont, e non si arrestarono nemmeno di fronte alla caduta del trono di Napoli; vennero estratti, a più riprese, oltre un miliardo e duecento milioni di litri d’acqua (635 milioni fino al 1863 e 633 milioni dal ’65 al ’68), abbassando il livello di circa dodici metri, poi la maledizione del lago colpì anche Bermont, ma ormai il terribile Fucino era ridotto a poco più di una pozzanghera.
Torlonia non era ancora soddisfatto, voleva fino all’ultimo fazzoletto di terra disponibile, ordinò quindi al Brisse,uno dei tecnici che seguivano i lavori, di portare a termine l’opera commissionandogli anche lo studio della canalizzazione della Conca.
In tutti questi anni di lavori, terminati nel 1876, la miseria non era mai scomparsa dalla Marsica, la piccola economia dei pescatori era rovinata, gli agricoltori delle colline circostanti videro scomparire gli ulivi e tutta la vegetazione costiera, distrutta dal microclima molto più freddo ed arido che il prosciugamento del lago aveva creato, mentre la manodopera per l’esecuzione dei lavori era stata quasi completamente importata.

 

C’era ora una vastissima area coltivabile, ma prima doveva essere bonificata, e i pochi contadini rimasti, ridotti allo stremo, non avevano le risorse per farlo; molti si indebitarono fino al fallimento con la Banca del Fucino, di proprietà dei Torlonia, ed iniziarono ad emigrare.
Furono richiamate famiglie di coloni da varie zone d’Italia, ma lo scetticismo e il malcontento di chi si vedeva ridotto in miseria a fronte dei ricchi affari di casa Torlonia iniziava a serpeggiare, per questo motivo si decise di ricorrere al subaffitto: i terreni vennero affidati a poche, ricche famiglie che provvedevano ad affittarli ai contadini per un prezzo pari a circa il doppio rispetto a quanto richiesto dai proprietari, oltre a prestazioni di feudale memoria.
I moti contadini sono storia recente (solo nel 1951, dopo oltre cinquant’anni di lotta, il Consiglio dei Ministri approvò il decreto di esproprio del comprensorio del Fucino), ma quello che ci preme oggi sottolineare è quanto danno sia stato fatto a questi territori: è stato svuotato un lago; sono stati distrutti migliaia di piccoli appezzamenti di terreno collinare per favorire un latifondo in via di impoverimento;  è stata sprecata una enorme riserva d’acqua dolce, e oggi ci si lamenta dei periodi di siccità (ma la lezione non è servita se pensiamo agli scempi perpetrati nel Gran Sasso); infine l’ultimo, terribile sospetto: qualche geologo, analizzando la sequenza di terremoti nella zona (1456, 1593, 1654, 1688, 1777, 1857, 1873, 1874, 1891, 1915, 1922, 14 giugno e 23 novembre 1980, 7 e 11 maggio 1984), nota un preoccupante intensificarsi dei fenomeni da quando sono iniziati i lavori di prosciugamento del lago, facendo notare che, nelle zone fortemente sismiche, introducendo acqua nel sottosuolo, anche tramite semplici pozzi petroliferi, si è giunti non tanto a prevenire i terremoti, quanto a controllarli; l’acqua infatti provocherebbe lo scorrimento lento e graduale e non brusco ed improvviso, delle masse in movimento, evitando spostamenti repentini con conseguenze catastrofiche.

Un “mucchio” di barbabietole

 

Come e cosa si pescava nel lago

Quando, nella seconda metà dell’Ottocento, il lago Fucino cominciò a defluire nella Valle Roveto, le rive ormai avviate verso la secca divennero un tappeto d’argento costituito dall’enorme quantità di pesci rimasti sul bagnasciuga sempre più ampio. Barbi (di una varietà tipica del Fucino), tinche, anguille, lontre, spinarelli, gamberi, lasche, scarde, telline costituivano in gran quantità la fauna acquatica di un lago considerato in quei tempi (ed anche successivamente) fallimentare per la popolazione marsicana, da sempre stremata da fame, povertà, conti, vassalli, vescovi, abati e leggi feudali. Già, perché il prodotto del lago, pur abbondante, doveva finire gratuitamente (sotto forma di gabelle e decime) metà ai feudatari e metà ai preti. Ai pescatori non rimaneva che la quantità per uso personale. Pochi erano i fortunati che riuscivano ad arrivare ai mercati dell’Aquila o di Roma per vendere la sovrappesca del giorno, conservata in ceste di raffia che ne garantivano una parvenza di conservazione. Per cui, al danno causato dal prosciugamento dell’unica risorsa degli abitanti dei paesi rivieraschi, si aggiunse la beffa della motivazione economico-sociale per la quale si giustificò tale prosciugamento con la scarsità del reddito prodotto dalla pesca. Eppure dai documenti dell’epoca si desume che tale prodotto era invece molto abbondante, anche se i metodi di pesca, data la povertà degli investimenti e la rozzezza di un popolo non marinaio, erano piuttosto primitivi. Vediamoli.
Innanzitutto le imbarcazioni usate: esse avevano una struttura che, pur col rozzo fondo piatto, senza poppa né prua, con laterali bassi e senza vele, erano stabili e munite da due a sette remi, dove quello disparo fungeva da timone. Questa struttura aveva peraltro un rationale: durante la cattiva stagione le barche dovevano resistere alle tempeste, ai venti ed al ghiaccio, di cui il lago era molto prodigo.
La pesca veniva esercitata in modi molto diversi tra loro, in base al tipo di pesce, al numero delle imbarcazioni utilizzate ed anche alle modalità di riscossione delle imposte da parte dei vampiri. Nomi evocanti come la pesca dei Ripari, della Pannera, dei Laghi, della Lenza, dei Cofini, dello Sciabocchetto, delle Ritarelle, dei Larcioni.
La pesca dei Cofini, ad esempio, veniva praticata a grande distanza dalla riva, là dove l’acqua era più profonda. Essa consisteva nell’immergere alla massima profondità delle grosse ceste con un’apertura molto stretta sul fondo. I pesci rimanevano intrappolati nelle ceste dopo essere entrati nella stretta apertura. Le ceste erano legate ad una fune assicurata all’altro capo  ad un sughero, il quale emergeva ad indicarne la posizione.
Molto frequente era la pesca con il giavellotto o col tridente, favorita dalla limpidezza dell’acqua del Fucino (che era considerata potabile, data l’assenza quasi assoluta di fango), praticata soprattutto di notte con la luna piena.
Molte imbarcazioni richiedevano la pesca con gli Strascichi, con reti a sacco molto largo, dotate di lunghe lenze con ami ed esche vive.
Ma il tipo di pesca più caratteristico e complicato era sicuramente la pesca dei Mucchi, praticata soprattutto nella parte orientale del lago, laddove l’acqua era più bassa. Consisteva nel piantare, a due-trecento metri dalla riva, dei lunghi pali nel fondo, disposti circolarmente ed affioranti in superficie fino a costituire una specie di recinto nell’acqua, con una circonferenza variabile fino a 50-60 metri. La struttura così formata veniva rivestita con fasci di frasche di vimini, dal fondo fino all’affioramento, ottenendo così una specie di enorme cesto nell’acqua, detto il mucchio, il quale, allestito all’inizio dell’autunno, veniva lasciato in situ uno o due anni. Durante questo periodo i pesci venivano attirati dalla struttura del mucchio, che risultava per essi molto accogliente, al punto di indurli a deporre le loro uova nelle frasche. Si veniva a formare così una popolazione di pesci al suo interno e, alla fine del periodo fissato, il mucchio veniva rivestito dall’esterno con reti o panni legati ai pali della struttura, in modo da sigillarlo come un grande vaso al di sotto della superficie. Le frasche venivano poi rimosse dall’interno con lunghi pali uncinati, che possono ancora oggi osservarsi in alcuni piccoli musei nel territorio. Da questo punto in poi la pesca iniziava, ed era molto copiosa, data l’abbondanza di pesce all’interno dei mucchi e la relativa facilità di cattura all’interno del vascone chiuso.
Poi il Prosciugamento.
Dans l’espace d’un matin, il pescatore si è ritrovato agricoltore e, sotto i mucchi, al posto dei barbi, va raccogliendo le barbabietole.

 

Per seguire uno stesso percorso di conoscenza vai a :

http://www.designxweb.com/pensieroattivo/Lago_Blu_w.pdf